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Astrocb News Flash

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PHILAE E' ATTERRATO SULLA COMETA
E' un giorno storico per l'Italia, l'Europa e l'astronomia. Il lander contiene vari esperimenti italiani fra cui il trapano per ottenere campioni. Ha rimbalzato tre volte e purtroppo si è incastrato in un anfratto molto buio con poca luce per ricaricare le batterie. Gli esami fatti dicono che sulla comata Churiumov_Gherasimenko c'è acqua e varie molecole organiche e che la coda contiene composti che sulla Terra puzzerebbero di stalla. Si spera che le batterie si ricarichino per il prossimo giugno in vista del passaggio vicino al Sole di agosto. 131114

FORSE LA MATERIA OSCURA SI CONSUMA
La materia oscura questa grande sconosciuta che pervade l'universo starebbe consumandosi a favore dell’energia oscura. Uno studio di un gruppo di ricercatori delle Università di Roma “La Sapienza” e Portsmouth tenta di far luce sulla natura della materia oscura ipotizzando che essa si stia lentamente consumando a favore dell’energia oscura, determinando una diminuzione del ritmo di formazione delle strutture cosmiche.
Se l’energia oscura aumenta e la materia oscura si dissolve, le prospettive dell’evoluzione cosmica futura non sono rosee: lo spazio sarà sempre più vuoto e l’Universo diventerà un luogo noioso. La comprensione del più grande enigma della cosmologia moderna, l’energia oscura, è strettamente legato al destino dell’Universo.041114

ESO-COMETE PER BETA PICTORIS
Un censimento di comete quello condotto da un gruppo di astronomi francesi avvalendosi dello strumento HARPS dell'ESO. Quasi 500 le comete scoperte in orbita intorno alla stella Beta Pictoris, appartenenti a due famiglie distinte di eso-comete.221014

MINACCIOSI RAGGI COSMICI PER ASTRONAUTI
Diventare un viaggiatore dello spazio è rischioso e molto nelle missioni di lungo corso. Il corpo umano subisce sollecitazioni dovute all'assenza di gravità, alla scarsa quantità di ossigeno nelle navicelle, a microbi spaziali, polvere tossica, tempeste solari, raggi cosmici e radiazioni nocive. A causa dell’anomalo e prolungato ciclo di attività solare poco intesa, il vento solare ha una densità bassa di particelle e un campo magnetico altrettanto debole, il che provoca livelli allarmanti di raggi cosmici che pervadono l’ambiente spaziale e che provengono dall’esterno del Sistema solare. C’è un materiale a cui si lavora da anni, la plastica tessuto-equivalente, cioè una sorta di sostituto del tessuto muscolare umano capace di limitare l’assorbimento delle radiazioni. Per la NASA c'è il 3% di rischio di morte indotta da esposizione a radiazioni nello spazio interplanetario con un tempo di permanenza tra i 200 e 400 giorni per un uomo di 30 anni e tra i 100 e 300 giorni per una donna della stessa età, con i valori di scarsa attività solare attuale. Nei periodi di massima attività solare si va da un massimo di 500 giorni per l’uomo a quasi 400 giorni per la donna.231014

CASSINI HA PRESO LA SCOSSA DA HYPERION
Anche se si trovava a oltre 2000 km di distanza, nove anni fa Cassini ha preso la scossa da una luna di Saturno, la spugnosa Hyperion. Si tratta della prima rilevazione confermata della carica elettrostatica accumulata su un corpo del Sistema Solare esterno.171014

DOPO PLUTONE ALTRI OGGETTI
PER LA SONDA NEW HORIZON
Individuati da Hubble tre oggetti della Fascia di Kuiper raggiungibili con l’autonomia residua della sonda spaziale New Horizons dopo avere visitato Plutone. Uno diventerà l’obiettivo per l’estensione della missione. Il Telescopio Spaziale Hubble ha scoperto tre oggetti della Fascia di Kuiper (in breve KBO, Kuiper Belt Object) che la sonda New Horizons potrebbe visitare dopo avere esplorato Plutone, dove giungerà nel luglio 2015. I KBO non sono stati mai stati riscaldati dal Sole e rappresentano un campione incontaminato di come era fatto il sistema solare esterno subito dopo la sua nascita, 4,6 miliardi anni fa.161014

MOLECOLA COMPLESSA INTERSTELLARE
É stata scoperta nella polvere interstellare una molecola di carbonio complessa, da essere considerata uno dei mattoni delle molecole alla base della vita. É stata individuata nella regione più ricca di stelle della Via Lattea nota come Sagittarius B2 (Sgr B2), grazie al telescopio Alma. Rispetto alle 180 osservate finora nello spazio interstellare, queste molecole sono più simili a molecole come gli amminoacidi, i mattoni delle proteine, trovati nei meteoriti. E' l’iso-propilcianide (i-C3H7CN) e apre nuove frontiere fa prevedere la presenza di amminoacidi, il cui segno caratteristico è appunto una struttura ramificata.250914

NUVOLE DI GHIACCIO DI ACQUA
INTORNO AD ALTRA "STELLA"
Nuvole d'acqua ghiacciata 'intraviste' per la prima volta nell'atmosfera di una nana bruna, Wise J0855-0714, situata a 7,3 anni luce ed osservate grazie al telescopio Magellano Baade.
Per avere una certezza bisognera' attendere nuove osservazioni. 120914

ASTEROIDE DI 20 METRI CI SFIORA
A soli 40.000km di distanza poco oltre i satelliti geostazionari è passato il 7 sett 2014. Una meteorite è caduta in centroamerica generando un cratere di 24 metri di diametro ed una piccola scossa tellurica percepita da pesi vicini. Si valuta l'ipotesi che sia un frammento dell'asteroide di 20 mt.

LA BOLLA CHE CONTIENE LA VIA LATTEA
E'stata studiata dall' università delle Hawaii ed è grande 500 milioni di anni luce e contiene 100.000 galassie divise in gruppi interconnessi fra loro. 040914

COME SCOPRIRE VITA SU ALTRI MONDI
Acqua, ossigeno e clorofilla: sono questI gli elementi per cercare la vita su altri pianeti. Basandosi sulla 'impronta' che lasciano nell'atmosfera, i ricercatori dell'università di Princeton hanno elaborato una strategia per i telescopi spaziali di verificare che pianeti simili al nostro possano ospitare forme di vita.
La clorofilla, la molecola chiave della fotosintesi, risulta particolarmente difficile da individuare con gli strumenti oggi disponibili.290814

MISURATA LA DISTANZ DELLE PLEIADI
Sono 443 gli anni luce che separano la Terra dall'ammasso di stelle più vicino, quello delle Pleiadi. A misurarlo con precisione è stata una rete mondiale di radiotelescopi, coordinata dall'università della California che ha usato dei quasar come riferimento. Il satellite Hipparcos aveva stabilito che distassero 390 anni luce. La misura esatta della distanza delle Pleiadi è importante. Questo ammasso è stato usato per studiare i modelli sulla nascita e l'evoluzione delle stelle. Sapere se dista 390 o 443 anni luce cambia moltissimo: i conti spesso non tornavano, e si era arrivati a ipotizzare che le stelle giovani avessero regole di una fisica sconosciuta. La rete di radiotelescopi potrà essere d'aiuto nel verificare la bontà dei dati raccolti dal satellite Gaia che mapperà un miliardo di stelle.290814

SCOPERTI I "PRIMI TREMORI"
DEL BIG BANG
Ovvero gli effetti della grande esplosione che ha dato origine all'universo e al processo di espansione. L'annuncio, basato sui dati dell'esperimento Bicep 2 effettuato in Antartide, è stato dato dall'università di Harvard.
La conferma indica che c'è stata effettivamente un'epoca in cui, istanti dopo il Big Bang, l'universo ha cominciato a espandersi nella cosiddetta ''fase di inflazione''. I dati confermano in modo indiretto l'esistenza delle onde gravitazionali, le perturbazioni previste dalla teoria della relatività generale di Einstein e generate, come onde che si propagano in uno stagno, da fenomeni violenti come il Big Bang o l'esplosione delle supernovae.
E' una scoperta da Nobel !

PHILAE MOLECOLE ORGANICHE COMETA 67P HANNO CATTIVO ODORE
ACQUA COMETA 67P VIENE DA NUBE DI OORT E' DIVERSA DALLA NOSTRA
MARTE E' STATO OSPITALE PER VITA
GETTI VAPORE ACQUEO SU EUROPA

IL GRANDE GHIACCIAIO ANTARTICO SI E' GIA' SCIOLTO 8000 ANNI FA

L'assottigliamento del più grande ghiacciaio antartico, quello di Pine Island, proseguirà ancora per decenni come risulta dallo studio del British Antarctis Survey, pubblicato sulla rivista Science.
I ricercatori hanno verificato che lo scioglimento del ghiacciaio di Pine Island sarebbe già avvenuto 8.000 anni fa con un processo che è andato avanti per decenni e seguendo gli stessi comportamenti registrati oggi. Domanda : quante industrie c'erano 8000 anni fa ?

ACQUA NELLA POLVERE DI STELLE

La scoperta dell'acqua nelle polveri cosmiche fa pensare all'esistenza della vita in tutto l'universo. Lo dicono i ricercatori dell'università delle Hawaii. 230114

MARTE E' STATO OSPITALE PER LA VITA

E' la prima volta che su Marte vengono individuati gli elementi indispensabili alla vita necessari per l'esistenza di procarioti, microrganismi unicellulari.
Curiosity li ha individuati nel cratere Gale, Nella zona chiamata Yellowknife Bay dove per un periodo decine o centinaia di migliaia di anni c'è stato un lago, sono stati scoperti carbonio, idrogeno, zolfo, azoto e fosforo ed acqua. Era ''un ambiente abitabile'' capace di ospitare microrganismi chemiolitoautotrofi, capaci di ottenere dai minerali l'energia per vivere. Sulla Terra batteri simili vivono all'interno di grotte e nelle sorgenti idrotermali. Oltre all'acqua, osserva John Grotzinger ''serve una fonte di energia che alimenti il metabolismo dei microrganismi, come carbonio, idrogeno, zolfo, azoto e fosforo''. Su Marte questi elementi c'erano e questo, per Grotzinger ''e siamo in grado di dimostrare che il cratere Gale una volta ospitava un antico lago con caratteristiche atte a supportare una biosfera marziana basata su chemiolitoautotrofi''. 9/12/13

TASK FORCE INTERNAZIONALE CONTROLLO ASTEROIDI

Istituita su mandato ONU è costituita da 13 agenzie spaziali, Onu e sette ministeri. Prima riunione 6/7 febbraio in Germania. Controllerà ed avrà il compito di definire missioni congiunte tese a intercettare un asteroide. Sono oltre 10.000 gli asteroidi che si avvicinano alla Terra. 030214

GETTI DI VAPORE ACQUEO SU EUROPA

Geyser che raggiungono altezze di circa 200 chilometri su Europa, una delle lune di Giove. La scoperta indica che potrebbe essere più facile raggiungere l'oceano nascosto sotto la sua superficie ghiacciata e nel quale potrebbero trovarsi forme di vita. I getti di vapore che fuoriescono nella zona del polo Sud di Europa sono stati fotografati dal telescopio spaziale Hubble.
I pennacchi di vapore, che durano circa sette ore, sono presenti quando Europa orbita nel punto più lontano da Giove e scompaiono quando il satellite si avvicina. Sarebbe la prova che i movimenti dell'acqua sono influenzati dalla massa di Giove, come accade con l'influenza esercitata dalla Luna sulle maree terrestri. In alcuni punto lo strato di ghiaccio è molto fragile e sottile, tanto da spaccarsi per far uscire il vapore. Sulla base delle osservazioni, si valuta che i pennacchi di Europa possono essere simili a quelli di una delle lune di Saturno, Encelado, con emissioni di vapore ad alta pressione che fuoriescono da fessure molto strette.12/12/13

SCOPERTA SUPERNOVA IN M82

Quando la fortuna ci mette lo zampino. In Inghilterra alcuni studenti provavano un telescopio e puntatolo sulla galassia M82
scoprivano la supernova ovvero una stella esplosa circa 12 milioni di anni fa. 220114

FRAMMENTO DELLA COMETA DI HALLEY CAUSO' LA PESTE A BIZANZIO NEL 541-542 d.c. ?

La scoperta di microsferule di silicati e metalli in carote di sedimenti in Groenlandia, databili fra il 533 ed il 540 d.c. e mescolate a gusci di diatomee e flagellati marini, da parte della dott. Abbott geologa marina della Columbia University, le ha fatto ipotizzare che il passaggio di quel tempo, in maggio, ( periodo delle meteore Eta Acquaridi dovute alla Halley)della cometa di Halley abbia scatenato l'evento della peste. Le microsferule sono sempre presenti nei luoghi di impatto di asteroidi e la Abbott ha ipotizzato che un frammento di cometa di qualche decina di metri sia caduto in oceano generando una nebbia di detriti che avrebbe attenuato la luce solare, fatto calare le temperature, quindi carestie e malattie. In effetti storici del tempo di Bisanzio citano Sole pallido, freddo insolito, carestia e la peste. 3/1/14 Aggiungo a titolo personale che la Halley è ricca di sostanze organiche e non sarebbe escludibile, che addirittura forme batteriche o virali vengano dalla cometa e questo perchè nel 2001 una strana pioggia rossa in India si è verificato provenire dallo spazio, dalla frammentazione di un meteorite ricco di un tipo di virus a noi sconosciuto e studiato dal grande astrofisico Chandra Wicramasinge. Quindi pare proprio che semplici forme viventi siano nello spazio.

FRAMMENTO DI COMETA IN GIOIELLO EGIZIO

E' stato prodotto dall'esplosione di una cometa avvenuta 28 milioni di anni fa sull'Egitto, il vetro giallo incastonato in uno dei gioielli della mummia di Tutankhamon. E' la prima testimonianza in assoluto dell'impatto di una cometa nell'atmosfera terrestre.
E' stato modellato come uno scarabeo, ma la sua origine è cosmica e lo dimostra la ricerca condotta dal gruppo internazionale di geologi, fisici ed astronomi coordinato da Jan Kramers, dell'Università sudafricana di Johannesburg e di cui fa parte
anche l'italiano Marco Andreoli, della South African Nuclear Energy Corporation. L'esplosione della cometa sul deserto del Sahara riscaldò la sabbia alla temperatura di circa 2.000 gradi. Si formò un'enorme quantità di vetro di silice giallo, sparso su una su una superficie di oltre 6.000 chilometri quadrati. Uno di questi frammenti è stato incastonato nel gioiello del faraone. Ad attirare l'attenzione dei ricercatori è stata una pietra scura trovata anni fa da un geologo egiziano che è risultata essere quello che resta del nucleo di una cometa. L'esplosione ha anche prodotto microscopici diamanti. I ricercatori sono convinti che contribuirà a ricostruire la storia del Sistema Solare.

FIACCOLA OLIMPICA SULLA ISS

Viaggerà anche nello spazio aperto portata da cosmonauti tedofori la torcia olimpica dei prossimi giochi invernali che si terranno a Sochi in Russia dal 7 al 23 febbraio 2014. A portarla sulla Stazione Spaziale Internazionale l'equipaggio della Soyuz TMA-11M che decollerà il prossimo 7 novembre. Il cosmonauta Oleg Kotov, insieme ad un altro collega, il 9 novembre ha in programma un passeggiata spaziale con la fiamma olimpica. Fyodor Yurchikhin due giorni più tardi la riportarà sulla Terra. Un tragitto che in 4 giorni porterà la torcia a compiere il giro della Terra una sessantina di volte circa. Dell'equipaggio della capsula Soyuz che rientrerà a Terra farà parte anche l'astronauta italiano Luca Parmitano

PIRAMIDE SOMMERSA IN ATLANTICO

È alta 60 metri e ha una base dai quattro lati quasi identici di 8 mila metri quadrati. È l'ultima piramide scoperta per caso. Ma questa volta non si trova sepolta sotto tonnellate di sabbia o inglobata in una collina: si trova nell'acqua. Per la precisione, nel tratto di mare compreso tra l'isola di Terceira e quella di San Miguel, nelle Azzorre. A trovare questa vasta struttura sottomarina è stato il proprietario di un'imbarcazione di nome Diocleciano Silva. Navigando in quella zona, grazie ad un sistema sonar di rilevamento digitale, ha individuato sul fondale la presenza di questa strana montagna dalla forma insolitamente regolare. A quanto sembra, la scoperta risale a qualche mese fa, ma l'annuncio è stato dato solo ora. Che là sotto ci sia qualcosa di interessante è confermato anche dal Governo di Lisbona: la piramide ora è oggetto di indagini da parte della Marina portoghese. Ma- ha aggiunto Luiz Fagundes Duarte, segretario regionale per la Pubblica Istruzione- è da escludere che si tratti di un manufatto umano, vista la sua posizione, a circa 40 metri di profondità nell'oceano.
Opinione non condivisa da Silva. "Non credo proprio che sia di origine naturale", ha detto al giornale locale Diario Insular, dopo averne studiato le peculiari caratteristiche. Oltre ad avere una base quadrata, infatti, la struttura sembra anche perfettamente definita ed è esattamente orientata rispetto ai punti cardinali proprio come la Grande Piramide di Giza. Potrebbe dunque essere la testimonianza, ormai sommersa dal mare, di una civiltà fiorente in epoche remote proprio alle Azzorre?
Un'ipotesi coerente con gli ultimi scavi condotti dall'APIA, l'Associazione Portoghese della Ricerca Archeologica che ritiene di avere trovato le prove della presenza di insediamenti umani già migliaia di anni fa, molto prima insomma della scoperta ufficiale delle isole, datata al 1325. Ultimamente nell'arcipelago sono state trovate varie strutture piramidali protostoriche, alcune alte fino a 13 metri, allineate con il sorgere del sole nel solstizio d'estate. L'anno scorso, poi, proprio a Terceira, sono emersi esempi di pittura rupestre molto antichi.
Terceira- detta anche "l'isola lilla"- si trova nel bel mezzo del Nord Atlantico. Facendo volare la fantasia, siamo proprio in quel tratto di mare- aldilà delle Colonne di Ercole (oggi Stretto di Gibilterra)- nel quale Platone aveva immaginato la mitica isola di Atlantide, scomparsa in un ribollire di acqua nel giro di un solo giorno, devastata da un terremoto e da un maremoto di dimensioni apocalittiche.
Nel corso degli anni, interpreti platonici ed archeologi alternativi hanno collocato la civiltà atlantidea un po' ovunque: da Santorini ai Caraibi, dalla Spagna all'India. Senza, però, mai trovare prove concrete della veridicità del racconto del filosofo greco, considerato dagli storici niente più che una leggenda. “Eppure, secondo me, è sicuramente il ricordo di un evento reale, non è un mito”, sostiene Graham Hancock, lo scrittore scozzese autore di vari best-seller nei quali ha cercato di penetrare i segreti del nostro passato dimenticato. Nell'intervista contenuta nell'e-book "Misteri 2013", si dice convinto che sia davvero esistita una civiltà molto evoluta, cancellata da una catastrofe globale di cui il Diluvio Universale rappresenta un'eco lontana. Ad annientare quella prima umanità fu l'improvviso innalzamento del livello dei mari provocato dalla fine dell' ultima Era Glaciale.
Hancock ha accolto con entusiasmo il ritrovamento di questa presunta piramide sottomarina, che sembra confermare la sua teoria ben illustrata nei libri Impronte degli dei, del quale sta preparando una seconda stesura, e Civiltà sommerse. "Credo che dovrò ritirare fuori la mia muta subacquea, non pensavo di tornare a fare delle immersioni, ma se serve io ci sono!", ha scritto sul suo blog per commentare la notizia che arriva dalle Azzorre. E ha fatto anche un rapido calcolo: le terre attualmente coperte da 40-50 metri d'acqua, dovrebbero essere state sommerse da quella grande onda legata all'improvviso scioglimento dei ghiacci circa 12.500 anni fa. Dunque, se davvero nell'oceano delle Azzorre si nasconde un edificio piramidale, deve essere stato costruito prima di quella data. Insomma, entro il 10.500 a.C. La stessa data proposta dai soliti archeologi eretici per le Piramidi di Giza. Una coincidenza? - 28/09/13 Tratto da Panorama

INAUGURATO IN SARDEGNA IL PIU' GRANDE RADIOTELESCOPIO EUROPEO

E' il Sardinia Radio Telescope (Srt) ed è stato inaugurato dopo oltre dieci anni di gestazione.Nato dalla collaborazione tra Istituo Nazionale di Astrofisica (Inaf), Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e Regione Sardegna, il radiotelescopio è costato circa 70 milioni e si trova a circa 40 chilometri da Cagliari, nella zona di San Basilio. Alto circa 70 metri e con un'antenna dal diametro di 64 metri, e' fatto con 3.000 tonnellate di acciaio. Cercherà oggetti lontanissimi e mai visti prima per esplorare l'Universo ancora giovane. Oltre a studiare le sorgenti radio dell'universo il Sardinia Radio Telescope è stato progettato anche per ricevere i segnali delle sonde interplanetarie e per questio particolare uso sono in corso, rileva l'Inaf, trattative fra Nasa e Agenzia Spaziale Europea (Esa).

VOYAGER 1 E' FUORI DAL SISTEMA SOLARE !!!

La sonda americana Voyager 1 è il primo oggetto costruito dall'uomo a superare i confini del Sistema Solare. Più volte, nei mesi passati lo storico veicolo spaziale lanciato nel 1977 sembrava sul punto di lasciare il nostro sistema planetario, ma soltanto adesso è arrivata la conferma definitiva del grande passo nello spazio interstellare. Secondo i dati pubblicati dalla rivista Science la sonda si trova a circa 19 miliardi di chilometri dalla Terra, in una regione di transizione immediatamente al di fuori della bolla solare, dove però alcuni effetti generati dalla nostra stella sono ancora evidenti. ''Ora che ci sono giunti i nuovi dati, crediamo che questo sia un momento storico per il genere umano'', ha dichiarato Ed Stone, uno dei responsabili del progetto Voyager con sede presso il California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena. "Ora – ha osservato - possiamo rispondere alla domanda che tutti ci stavamo facendo da tempo: siamo già arrivati? Sì, ora lo siamo''. La sonda Voyager 1 continuerà a inviare dati sulla Terra almeno fino al 2020 anche se il suo segnale è molto debole: solo 23 watt, l'equivalente di una lampadina di frigorifero. Il segnale, che impiega circa 17 ore per arrivare sulla Terra giunge, data la grande distanza, ridotto ad una frazione di un miliardo di miliardesimo di watt. Per riceverlo si utilizzano una serie di antenne che hanno un diametro che varia da 34 a 70 metri. Insieme alla Voyager 1 viaggia verso l'esterno del Sistema Solare anche la gemella Voyager 2, lanciata 16 giorni prima ma che, avendo intrapreso un tragitto diverso, si trova ora a 'soli' 15 miliardi di chilometri da noi. Entrambe le sonde sono messaggeri cosmici dell'umanità: a bordo hanno entrambe il messaggio più completo inviato dall'uomo a una civiltà extraterrestre è il disco d'oro che si trova sulle sonde Voyager 1 e Voyager 2, lanciate nel 1977. Prima di recapitarlo ad un'eventuale civiltà aliena, comunque, la Voyager 1 dovrà viaggiare ancora a lungo: almeno 40.000 anni prima di raggiungere un'altra stella intorno alla quale potrebbero ruotare pianeti abitati. Se un alieno dovesse trovare il disco e riuscisse a decifrare le istruzioni per vederne le 115 immagini e per ascoltarne i suoni, conoscerebbe le voci della natura e quelle umane, che salutano in 55 lingue di tutti i continenti e di tutte le epoche, e inoltre le musiche di Bach e Mozart, fino al Rock and Roll. Il papà del disco d'oro delle Voyager èstato l'astronomo Carl Sagan, uno dei più celebri scrittori di fantascienza e padre del programma Seti (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) finalizzato a scoprire forme di vita aliena.

COMETE PORTATRICI DI VITA ESPERIMENTO CONFERMA

L'esperimento è stato realizzato da un gruppo di ricercatori dell'Imperial College di Londra. I ricercatori hanno preparato un campione di acqua ghiacciata in tutto e per tutto simile alla composizione del ghiaccio delle comete, quindi lo hanno bombardato con proiettili scagliati a 25 mila chilometri l'ora. In questo modo è stato simulato l'impatto tra una cometa e un corpo roccioso, oppure quello tra una roccia e un pianeta con la superficie ghiacciata. Le analisi fatte dopo i 'bombardamenti' hanno mostrato ch durante gli impatti si erano formati molti ingredienti fondamentali per la vita, come gli amminoacidi. Tra questi i più importanti sono la d-alanina e l-alanina: sono molecole indispensabili per formare le proteine e per questo sono considerate veri e propri mattoni della vita. 16/9/13

BUCHI NERI AIUTANO NASCITA STELLE

Sbuffi di gas di idrogeno grandi fino a 140.000 volte la massa del Sole vengono sparati fuori da una galassia dal buco nero che si trova al suo centro creando nuovi ammassi stellari. 05/09/13


IL VIOLENTO TERREMOTO CHE HA COLPITO IL GIAPPONE HA PROVOCATO UNO SPOSTAMENTO DELL' ASSE TERRESTRE DI 10 CM PER CUI IL GIORNO SI E' "ACCORCIATO" DI 15 MILIONESIMI DI SECONDO. LO TSUNAMI INVECE HA PROVOCATO LO SPOSTAMENTO DI 2,4 METRI DELL' ISOLA GIAPPONESE.

Annuncio Nasa: un pianeta quasi come il nostro

3/2/11 Finalmente un sistema planetario simile al nostro, con un pianeta che somiglia alla Terra. Lo ha annunciato ieri sera la Nasa. L’articolo scientifico, firmato da 39 astronomi di 16 istituti di ricerca, è sul numero di “Nature” in edicola oggi. C’è però una cattiva notizia: questo sistema planetario si trova a duemila anni luce da noi. Distanza minima rispetto alle dimensioni dell’universo, ma immensa per le nostre tecnologie spaziali. La sonda “Voyager 1”, quella che finora si è più allontanata dalla Terra, impiegherebbe 130 milioni di anni ad arrivare laggiù, nei pressi di una stella sperduta tra le costellazioni del Cigno e della Lira (disegno).
Il nuovo sistema planetario è stato scoperto dal satellite della Nasa “Kepler” osservando lievi diminuzioni della luminosità di una stella dovute al passaggio dei pianeti davanti ad essa. I pianeti osservati sono sei. La loro massa va da 2,3 a 13 volte quella terrestre. Tutti sono caldissimi perché orbitano nelle immediate vicinanze del loro Sole.
Il primo pianeta di un’altra stella fu scoperto nel 1995 da Michel Mayor, direttore dell’Osservatorio di Ginevra. Da allora gli astronomi ne hanno scovati 510.
Per la maggior parte sono fatti di gas e quindi non hanno una superficie calpestabile. Quando sono di tipo roccioso, sono deserti roventi e privi di atmosfera. Ora però sappiamo che le stelle dotate di pianeti sono la regola, non l’eccezione come si credeva fino a 15 anni fa. Quindi secondo la statistica prima o poi troveremo un pianeta gemello del nostro. Molti scommettono che succederà prima del 2020.

Galassia a 13,2 miliardi di anni luce: nuovo record?

31/1/11 I primati sono fatti per essere battuti. Succede anche per la distanza delle galassie. L’ultima candidata al record è una galassia fotografata nell’infrarosso con una posa di 87 ore dal telescopio spaziale “Hubble” (foto). Si troverebbe a 13,2 miliardi di anni luce da noi, e poiché l’età dell’universo secondo i più attendibili dati ottenuti con i satelliti “W.Map” e “Planck” sarebbe di 13,7 miliardi di anni, questa galassia risulterebbe essere l’oggetto più giovane e lontano che mai sia stato osservato. L’annuncio è comparso su “Nature” del 26 gennaio. Bisogna però aggiungere che l’incertezza della misurazione raggiunge il 20 per cento. Quindi è presto per parlare di record assoluto. “Il punto cruciale per chi studia oggetti celesti così lontani è capire che cosa abbia reso l’universo così trasparente – dice Giovanni Cresci, dell’Inaf-Osservatorio di Arcetri. – Gli stessi autori dell’articolo sottolineano che i risultati del loro lavoro sono ancora molto pr0ovvisori e ritengono che le galassie primordiali possono aver contribuito solo per il 12 per cento alla radiazione necessaria per completare il processo di reionizzazione prodotto dalla radiazione ultravioletta”. Ci fu, in altre parole, al tempo delle galassie primordiali, un nuovo periodo di “nebbia” di elettroni che non lasciava filtrare la luce, ma questa antichissima galassia non ne sembra offuscata.

Microasteroide sfiora la Terra: allarme ingiustificato

19/1/11 Un asteroide di tre metri di diametro è transitato a 300 mila chilometri dalla Terra, circa tre quarti della distanza della Luna. E’ successo il 18 gennaio, e l’oggetto, denominato 2011 AN52, ha suscitato un certo clamore nei media. In realtà non ce n’era motivo: l’oggetto era molto piccolo e non costituiva in nessun caso un pericolo per il nostro pianeta. Inoltre non si tratta neppure di un primato di vicinanza: altri oggetti del genere sono passati addirittura all’interno dell’orbita geostazionaria, cioè a meno di un decimo della distanza della Luna. Fino a quando non era stata predisposta una sorveglianza automatica a tutto cielo, questi eventi passavano del tutto inosservati. Oggi sappiamo che ogni giorno sono in media un’ottantina gli oggetti di tre-cinque metri che intersecano lo spazio tra la Terra e la Luna. In un primo tempo il diametro di 2011 AN52 era stato valutato tra i cinque e i dieci metri. Neppure in questo caso l’allarme sarebbe stato giustificato. Fino a dimensioni di qualche decina di metri gli asteroidi si disintegrano nell’attraversamento dell’atmosfera.

I temporali fabbricano antimateria

12/1/11 I temporali sono fabbriche di antimateria. La notizia viene dal convegno a Seattle della American Astronomical Society e lo strumento che ha reso possibile questa scoperta sorprendente è il satellite “Fermi” (foto) della Nasa, un osservatorio per le alte energie, e in particolare per registrare emissioni di raggi gamma.
Il meccanismo, in sintesi è questo. Sopra i temporali (che in ogni istante nel mondo sono migliaia) a causa delle scariche elettriche dei fulmini si forma un intenso campo magnetico che accelera verso l'alto potenti fasci di elettroni, che raggiungono quasi la velocità della luce. Quando urtano molecole dei gas dell’atmosfera, gli elettroni accelerati creano dei lampi di raggi gamma. Può capitare che un fotone gamma ad alta energia urti un nucleo atomico, e allora si forma una coppia di particelle, una delle quali è di antimateria. Le particelle nel caso specifico sono ancora un elettrone e la sua antiparticella, il positrone. Nell’istante in cui elettrone e positrone si annichilano, si ha una produzione di energia pari a 511 mila elettronvolt, “firma” dell’evento che “Fermi” ha registrato. La prima osservazione del genere risale al 14 dicembre 2009 durante un temporale sulla Zambia.

Nasa: la Luna conserva un nucleo fluido

10/1/11 La Luna ha un nucleo di ferro solido avvolto in un guscio fluido, a sua volta circondato da una regione parzialmente fluida. Il nucleo solido ha un raggio di 244 chilometri, quello fluido di 330 e la regione in parte ancora plastica 480 (vedi disegno Nasa). Ciò consente alla Luna di conservare un campo magnetico. E’ in sintesi il contenuto di un articolo comparso su “Science” i cui autori sono scienziati del Marshall Space Flight Center della Nasa guidati da Renée Weber in collaborazione con le Università dell’Arizona e della California e con l’Institut de Physique du Globe di Parigi. La cosa curiosa è che il contenuto dell’articolo si deve a una nuova elaborazione dei dati sismografici raccolti con le missioni “Apollo”: a quasi quarant’anni dall’ultimo sbarco umano sulla Luna, quelle imprese producono ancora risultati scientifici.
Sempre in tema di “revival”, ma di tempi più recenti, la Nasa ha messo insieme una nuova immagine dell’emisfero nord di Venere usando i dati di un decennio di immagini radar, soprattutto quelle inviate dalla navicella della Nasa “Magellano”.

“Nature”: triplicato il numero di stelle dell’universo

4/1/11 In un articolo su “nature” Pieter van Dokkum dell’Università di Yale e Charlie Conroy dell’Università di Harvard hanno rivisto al rialzo il numero totale delle stelle dell’universo. Finora le stime partivano da questi dati: cento miliardi di galassie, ognuna formata da un numero di stelle oscillante tra 100 e 1000 miliardi. Largheggiando un po’, a spanne si otteneva un numero totale pari a 10 elevato alla 23, cioè centomila miliardi di miliardi. Ma Dokkum e Conroy nel loro articolo fanno osservare che le galassie ellittiche (foto) hanno, secondo studi recenti, un numero molto più elevato di stelle nane rosse molto antiche non solo rispetto alle galassie a spirale, anche rispetto al modello standard di galassia ellittica. Il numero complessivo delle stelle dell’universo dovrebbe quindi essere moltiplicato per tre, e diventa trecentomila miliardi di miliardi. L’annuncio è stato accolto con prudenza dauna parte dei cosmologi. Richard Ellis, del California Institute of Technology ha commentato: “Questo articolo scuote il campo dell’astrofisica come un gatto in mezzo ai piccioni, ma è presto per dire se Dokkum e Conroy hanno ragione”.

Scoperto ammasso di galassie record. Ma c’è un problema

15/12/10 Un ammasso di galassie dall’aspetto “moderno”, cioè pienamente formato, ma con una età di 10,6 miliardi di anni, cioè antichissimo, nato quando l’universo aveva soltanto tre miliardi di anni. E’ questo il paradosso che ha scoperto un gruppo di ricercatori di vari paesi guidato da Stefano Andreon, dell’Inaf-Osservatorio di Brera. Lo annuncia un articolo pubblicato il 14 dicembre su “Astronomy & Astrophysics” destinato ad agitare le acque tra i cosmologi. L’ammasso si chiama JKCS041 (foto). La sua eccezionale distanza è stata dedotta dallo slittamento verso il rosso del suo spettro (z = 2,2). Per un tale ammasso di galassie, siamo di fronte al record assoluto di vecchiaia e di lontananza. “Stando al paradigma standard – dice Andreon – queste galassie non dovrebbero nemmeno esistere.”. E aggiunge: “La sequenza di galassie rosse è formata da galassie il cui ultimo episodio di formazione stellare è avvenuto nel loro lontano passato. Ma le galassie dell’ammasso JKCS041 non possono avere un lontano passato, visto che risalgono a quando l’universo aveva appena 3 miliardi di anni.” Il dibattito è aperto. E c’è chi pensa che sia giunto il momento di riscrivere le prime pagine della storia delle galassie.

Scoperti microbi all’arsenico: gli alieni sono tra noi

9/12/10 In tanti lo pensavamo ma ora ne abbiamo la certezza: nell’immaginare forme di vita la natura ha molta più fantasia di noi: “Science”, la più autorevole rivista scientifica americana, nel suo numero del 3 dicembre ha annunciato al scoperta di un microrganismo in grado di vivere in un ambiente ad alta concentrazione di arsenico e di sale grazie a un metabolismo finora sconosciuto ai biologi. Il batterio è il ceppo GFAJ-1 della famiglia Halomonadaceae della classe Gamma Proteobacteria. La notizia è stata rilanciata con enfasi dalla Nasa in quanto apre nuovi scenari nella ricerca di creature viventi extraterrestri e rivoluziona la giovane scienza dell’astrobiologia. L’eccezionale microrganismo (foto) misura un millesimo di millimetro e vive nel Mono Lake, un lago del Parco Yosemite, in California. Ambienti di Venere, Marte, Titano potrebbero, a questo punto, non essere sterili.
Ricerche di laboratorio hanno dimostrato che questo batterio è in grado di sostituire il fosforo, un costituente fondamentale delle molecole di DNA ed RNA, con l’arsenico, normalmente considerato un veleno letale. I due elementi chimici hanno proprietà simili, come suggerisce la loro vicinanza nella tavola Tavola di Mendeleev, ma di solito quando in un organismo vivente l’arsenico si sostituisce al fosforo, il metabolismo viene stravolto e l’organismo muore. I ricercatori dell’Arizona State University, in collaborazione con l’Istituto di Astrobiologia della Nasa, hanno invece verificato che, togliendo a poco a poco il già scarso fosforo esistente nelle acque del lago, e sostituendolo con arsenico, questi batteri sopravvivevano.

Tempeste solari previste con due giorni di anticipo

3/12/10 Potremo prevedere con due giorni di anticipo il “tempo spaziale” determinato dall’attività del Sole. Sarà possibile grazie al rivelatore di raggi cosmici Argo-Ybj.
Ai satelliti per le telecomunicazioni, la navigazione, il controllo dell’ambiente, la meteorologia e la sicurezza, le “tempeste” di “vento solare” possono creare gravi problemi, con conseguenti grossi danni economici. Le tempeste solari sono inoltre un serio pericolo per gli astronauti in missione e per quelli residenti sulla Stazione spaziale internazionale. Negli ultimi anni, quindi, è diventato sempre più importante conoscere in anticipo l’attività della nostra stella.
Argo-Ybj è un rivelatore di sciami di raggi cosmici situato nel Laboratorio di Fisica Cosmica di Yangbajing, in Tibet, a 4300 metri di quota (foto), nato dalla collaborazione tra l’Infn, l’Accademia delle Scienze Cinese e il ministero della Ricerca di Pechino. Quando nel loro viaggio verso la Terra i raggi cosmici investono il Sole, il loro percorso viene interrotto e si ha la formazione di una “zona d’ombra” osservabile con Argo-Ybj. A causa dell’interazione del campo magnetico del Sole con il vento solare, l’ombra si forma in una zona intermedia tra il Sole e la Terra e subisce una deformazione ogni volta che è attraversata da una tempesta magnetica solare. Quando questo avviene, l’ombra modificata del Sole è registrata con grande precisione da Argo. La previsione è possibile perché l’”immagine” del Sole ci arriva molto prima della tempesta solare che l’ha deformata in quanto viaggia alla velocità della luce, mentre le tempeste magnetiche si muovono a circa 360 km al secondo.

Penrose: “Ho le prove: un Universo ha preceduto il Big Bang”

2/12/10 Forse il nostro universo si inserisce in una successione illimitata di universi. Roger Penrose, professore alla Oxford University, uno dei più accreditati studiosi della relatività generale e dei buchi neri, ritiene di aver trovato un indizio di universi precedenti nella radiazione cosmica di fondo osservata ad alta risoluzione, come è stato possibile fare con il satellite Wilkinson-Map su tutta la volta celeste (foto) e con gli esperimenti “Boomerang” su aree del cielo limitate ma con una risoluzione ancora più alta. La “firma” dell’universo che avrebbe preceduto il nostro sarebbe in alcune zone del cielo dove la radiazione fossile appare più uniforme che in altre e con una forma ad anello: gli anelli – interpretati come la traccia lasciata da collisioni tra buchi neri supermassicci – sarebbero un po’ come buchi della serratura dai quali ci è consentito spiare il pre-universo. Penrose ha elaborato questa teoria con Vahe Gurzadyan della Yerevan State University in Armenia e l’ha pubblicata nel sito online ArXiv.org Si attende quindi un controllo indipendente di altri teorici per una validazione affidabile. Il modello di Penrose elimina la fase dell’inflazione e propone una cosmologia ciclica che ricorda quella dell’”universo oscillante”. Prospettiva interessante perché non richiede la singolarità del Big Bang.

Antimateria “vive” per un decimo di secondo al Cern

23/11/10 Treontotto atomi di anti-idrogeno sono stati conservati per un decimo di secondo prima che si annichilassero venendo a contatto con materia ordinaria: un tempo abbastanza lungo per aprire la possibilità di uno studio diretto e approfondito dell’antimateria, con la speranza di risolvere due grandi enigmi della fisica e dell’astrofisica. Il primo si riassume nella domanda: perché nel Big Bang, che generò pari quantità di materia e antimateria, quest’ultima è poi (apparentemente) scomparsa dalla scena? Il secondo riguarda le proprietà dell’antimateria: a parte l’opposta polarità della carica elettrica, è davvero in tutto simile alla materia ordinaria?
Succede al Cern, il grande centro europeo per la ricerca in fisica delle alte energie con sede a Ginevra. Il risultato si può leggere sull’ultimo numero di “Nature” (17 novembre). L’esperimento che immagazzinato gli atomi di anti-idrogeno per 10 secondi si chiama ALPHA. Un altro esperimento del Cern, “Asacusa”, con partecipazione italiana, ha inaugurato una nuova tecnica per produrre atomi di anti-idrogeno: l’articolo è in uscita su “Physical Review Letters”. I primi 9 atomi di anti-idrogeno furono creati al Cern nel 1995. Del gruppo facevano parte Tom Ypsilantis e il Mario Macrì dell’Infn di Genova. Successivamente furono creati fino a 50 mila anti-atomi per volta, ma sempre con una vita brevissima.

Scoperto il buco nero più giovane: ha trent’anni

22/11/10 E’ il buco nero più giovane che si conosca: ha appena trent’anni. Lo ha scoperto il satellite per raggi X “Chandra”, della Nasa. Si trova nella galassia M 100 (foto HST), a 50 milioni di anni luce da noi. E’ stato possibile stabilire la sua età tramite l’identificazione con i resti della supernova SN 1979C, che brillò appunto trent’anni fa. L’identificazione però non è ancora del tutto certa. Si può pensare anche a una magnetar o a una pulsar.
“Sarà importante capire come sono stati ottenuti questi risultati – ha precisato Luigi Stella, del Consiglio Scientifico dell’INAF – per una più precisa analisi della scoperta. L’atto finale della vita delle stelle con massa più grande di circa 10 volte la massa del sole è un collasso gravitazionale nel quale la stella implode. L’enorme energia liberata dall’implosione può dare luogo anche a una supernova, cioè alla morte violenta della stella. Lo studio delle immagini a raggi X di SN 1979C potrebbe appunto indicare che l’implosione ha portato alla formazione di un buco nero, un risultato ricercato da tempo, anche perché potrebbe aiutare a capire meglio il fenomeno dei potentissimi lampi di raggi gamma. Vedremo se questo quadro sarà confermato”.
Alla scoperta hanno contribuito anche i satelliti SWIFT (Nasa), XMM-Newton (Esa) e ROSAT (Dlr). La ricerca sarà pubblicata su “New Astronomy” a firma Patnaude, Loeb, e Christine Jones dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics.


Ecco il volto della cometa Hartley-2

15/11/10 La cometa Hartley- 2 ha la forma di un’arachide e somiglia più a un asteroide che a un nucleo cometario, confermando così la stretta parentela tra i due tipi di oggetti celesti, accomunati dal fatto di essere entrambi “fossili” del Sistema Solare primordiale. Con una forma molto allungata, una lieve strozzatura centrale e una superficie tormentata da asperità e piccoli crateri, il nucleo della Hartley-2 – un misto di rocce e ghiaccio – emette gas e polveri quasi esclusivamente da una sua estremità e in quantità piuttosto ridotta. La navicella della Nasa “Deep Impact” ha incontrato la cometa il 4 novembre passando a 700 chilometri dalla sua superficie ma fin da settembre ne riprendeva una immagine ogni 5 minuti. Si è quindi ottenuto un film accelerato dell’avvicinamento e del sorvolo. La navicella americana è costata 330 milioni di dollari ha così compiuto la seconda parte della sua missione, dopo aver bombardato con un pesante proiettile la cometa Tempel-1 nel mese di luglio del 2005. Al momento del flyby la cometa si trovava a 15 milioni di chilometri dalla Terra. Quello della Hartley-2 è il quinto nucleo cometario che le sonde spaziali ci mostrano da vicino.

Come la Terra 1 esopianeta su 4? Piano Esa per trovarli

2/11/10 Secondo uno studio pubblicato su “Science” econdotto da un team dei Keck Telescope (Isole Hawaii) uno su quattro dei pianeti che orbitano intorno ad altre stelle potrebbe essere simile alla Terra. I ricercatori europei hanno stabilito un preciso piano di sviluppo per le ricerche che nei prossimi anni potrebbero portare alla scoperta di un pianeta simile alla Terra in orbita intorno a un’altra stella. Il Rapporto, 75 pagine, è stato preparato dall’Exoplanet Road Advisory Team per l’Agenzia spaziale europea (ESA) e presentato al simposio dell’Unione Astronomica Internazionale sugli esopianeti che si è svolto a Torino dall’11 al 15 ottobre. In esso vengono coordinati gli sforzi di varie organizzazioni di ricerca, dei telescopi al suolo e dei due satelliti che attualmente stanno cercando esopianeti, l’americano “Kepler” e il francese “Corot”. Tre le principali aree di studio individuate: 1) sviluppare tecniche per trovare pianeti sempre più piccoli; 2) determinare la loro struttura geologica esterna e interna; 3) mettere a punto sistemi di analisi delle loro eventuali atmosfere per poter individuare indizi della presenza di vita.
Informazioni e audio:
http://www.media.inaf.it/2010/10/28/quante-terre-nell%e2%80%99universo/

Scoperto un sistema planetario “impossibile”

27/10/10 Le continue scoperte di pianeti di altre stelle sta rivelando la varietà dei sistemi planetari possibili, che va al di là delle previsioni teoriche e dell’immaginazione. Il sistema più singolare è al momento quello della stella doppia NN Serpentis, intorno alla quale è appena stata confermata l’esistenza di una coppia di pianeti dalla massa paragonabile a quella di Giove (disegno). Lo annuncia l’ultimo numero di “Astronomy & Astrphisics”. Dal punto di vista dinamico, si tratta davvero di un sistema eccezionale, che pone il problema di capire come abbiano potuto formarsi i due pianeti nonostante le perturbazioni continuamente variabili delle due stelle. Il sistema di NN Serpentis si trova a 1.670 anni luce dalla Terra ed è stato scoperto con il VLT dell’Eso da un gruppo internazionale guidato da Klaus Beuermann dell’Università di Gottinga, Germania. La più massiccia delle due stelle è una nana bianca dal diametro di circa 25 mila chilometri. La stella compagna ha una massa pari a solo un decimo di quella del Sole. Il caso ha voluto che il piano su cui si muovono queste orbite sia lo stesso di quello della Terra, così che si vengano a creare delle eclissi periodiche e assai ravvicinate nel tempo: una ogni 3 ore e 7 minuti.

“Science”: 150 litri di acqua osservati sulla Luna

25/10/10 L’ultimo numero della rivista americana “Science” (foto) dedica la copertina e lunghi articoli ai risultati dell’esperimento di impatto sulla Luna di LCROSS, avvenuto nel cratere Cabaeus poco più di un anno fa, il 9 ottobre 2009. In quell’occasione i ricercatori della Nasa riuscirono a individuare in modo diretto tracce di acqua congelata nel suolo lunare sotto forma di permafrost in una regione dove non arriva mai la luce del Sole e vaporizzata dal calore sviluppato nell’urto della sonda-proiettile. L’esperimento ha anche individuato vari elementi chimici esistenti nella regolite e negli strati superficiali della crosta del nostro satellite, e tra questi l’argento. Gli articoli, scritti complessivamente da qualche decina di ricercatori, riguardano l’osservazione della nube di polveri e gas sollevata dall’impatto, la quantità di acqua rilevata, la mappatura dell’idrogeno nella regione polare Sud della Luna dove si è schiantata LCROSS, le osservazioni compiute con il radiometro a bordo della navicella che dalla sua orbita ha seguito l’impatto. La quantità di acqua vaporizzata è risultata di 155 kg (con l’incertezza di 12 kg in più o in meno). Presenti anche tracce di idrocarburi e composti dello zolfo.

Mini-asteroide sfiora la Terra

13/10/10 Un minuscolo asteroide è passato a 52 mila chilometri dal centro della Terra, e quindi a circa 45 mila dalla superficie planetaria, sorvolando il Sud-est asiatico alle ore 12,50 (ora italiana) del 12 ottobre. Lo ha comunicato il sistema di avvistamento del Jet Propulsion Laboratory sulla base dei rilievi compiuti dal Programma Spaceguard. Il disegno indica la traiettoria seguita. Il diametro stimato dell’oggetto era compreso tra 5 e 10 metri. Non ci sarebbero quindi stati pericoli nel caso fosse stato in rotta di collisione: l’impatto con l’atmosfera (a quelle velocità, dell’ordine di 15-20 chilometri al secondo, l’asteroide “percepisce” l’atmosfera come un “muro”) lo avrebbe prima spezzato in vari frammenti e poi vaporizzato. Le conseguenze possono comunque essere di carattere variabile a seconda che l’oggetto sia roccioso o prevalentemente metallico. Un rischio serio invece possono correre in eventualità simili a questa i satelliti in orbita geostazionaria, molti dei quali forniscono servizi essenziali nelle telecomunicazioni, in meteorologia e in attività di telerilevamento. Al mini-asteroide è stata assegnata la sigla 2010 TD54. Il suo non è un primato assoluto dio avvicinamento alla Terra. Un altro asteroide, sempre piccolissimo, è transitato addirittura all’interno dell’orbita geosincrona.

Partita la seconda navicella cinese verso la Luna

4/10/10 La Cina ha lanciato la sua seconda sonda lunare. E’ avvenuto il 1° ottobre, nel sessantunesimo anniversario della fondazione della Repubblica. La navicella, chiamata “Chang’e 2” rientra in un programma spaziale che ha come obiettivo finale lo sbarco sulla Luna di astronauti cinesi intorno al 2020. Il razzo impiegato era un “Lunga Marcia 3C” (foto), lanciato dal poligono di Xichang. Molto evidente l’aspetto propagandistico. Le ultime fasi del conto alla rovescia si sono svolte in diretta durante il telegiornale delle 19, il più seguito in Cina, e il lancio è stato orchestrato come un grande evento di spettacolo. Per assistervi si è dovuto pagare un biglietto dal costo di 87 euro. La navicella arriverà in vista della Luna in cinque giorni (quella precedente aveva viaggiato per dodici giorni). Lo scopo della missione è quello di mettere a punto alcune nuove tecnologie, scendere fino a 15 chilometri dalla superficie lunare in vista di un atterraggio morbido da attuare nel 2013 e riprendere immagini ad alta risoluzione della regione lunare circostante. Nel 2003 la Cina è stato il terzo paese, dopo gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, a inviare un uomo nello spazio. Due anni fa è stata la volta della prima “passeggiata spaziale”: tre astronauti cinesi hanno compiuto attività extraveicolari intorno alla loro astronave “Shenzhou VII” e sono poi rientrati senza problemi.

Una Super-Terra forse abitabile a 20 anni luce

4/10/10 Il primo pianeta teoricamente in grado di ospitare la vita si chiama Gliese 581g ed è il sesto pianeta scoperto intorno a questa stella, una nana rossa a venti anni luce da noi. Il nuovo esopianeta è di tipo roccioso, ha una massa compresa tra 3,1 e 4,3 volte quella della Terra e orbita in 36 giorni all’interno della cosiddetta “fascia di abitabilità”, cioè a una distanza dalla sua stella tale da consentire una finestra di temperature compatibili con l’esistenza di acqua allo stato liquido e lo sviluppo di organismi viventi. La scoperta, pubblicata sulla rivista “Astrophysical Journal”, è un successo di un gruppo di ricerca coordinato dall’Università della California a Santa Cruz e dalla Carnegie Institution di Washington. Nonostante sia nella fascia di abitabilità, tuttavia, Gliese 581g potrebbe risultare inospitale in quanto volge sempre la stessa faccia al suo sole.
Per undici anni gli scienziati hanno tenuto sotto osservazione Gliese 581, nella costellazione della Bilancia, con il Keck Telescope (foto) nelle isole Hawaii e misurato con una precisione di 1,6 metri al secondo la velocità radiale della stella, cioè quelle minime variazioni di posizione dovute all’effetto gravitazionale dei corpi orbitanti intorno a essa. Nel corso di queste ricerche erano già stati individuati pianeti, due dei quali ai bordi della fascia di abitabilità, uno sul fronte più caldo e l’altro sul fronte più freddo (e su quest’ultimo gli scienziati non hanno perso le pur debolissime speranze che possa essere abitabile). Gli esopianeti ad oggi ufficialmente registrati sono 492.
Altre informazioni:
www.arXiv.org

Hawking ha ragione: i buchi neri evaporano

1/10/10I buchi neri possono emettere particelle e radiazioni che si formano sul loro confine, l’”orizzonte degli eventi” oltre il quale si perde ogni contatto tra buco nero e mondo esterno, e in questo modo lentamente “evaporano”: è la teoria presentata dal celebre astrofisico Steven Hawking nel 1974 e ora ci sarebbe una prima dimostrazione sperimentale che l’idea era giusta.
Un articolo in pubblicazione su “Physical Review Letters” firmato da Francesco Belgiorno dell’Università di Milano e Daniele Faccio dell’Università dell’Insubria a Como riferisce di un esperimento fatto nei laboratori di Como: qui si è usato raggio laser per illuminare un blocco di vetro molto compatto e i fotoni del raggio laser interagendo con questo materiale hanno manifestato un comportamento simile a quello previsto per la “radiazione di Hawking” sull’orizzonte dei buchi neri. Sull’”orizzonte” del buco nero per complessi fenomeni quantistici dovuti al principio di incertezze di Heisenberg e all’effetto tunnel, si producono in continuazione particelle e antiparticelle, fotoni inclusi, e può accadere che particelle e fotoni abbiano una energia sufficiente a farli evadere dal buco nero. Il fenomeno è stato osservato a Como constatando che fotoni a frequenza negativa venivano assorbiti dal vetro mentre fotoni a frequenza positiva emergevano.

Sarà un’astrofisica a parlare con E.T. (se lo scopriremo)

28/9/10 Nel caso che venga captato un messaggio inviato da una civiltà aliena, sarà una astrofisica e funzionaria delle Nazioni Unite nata in Malesia, Mazlan Othman (foto), a tenere ufficialmente i contatti con gli extraterrestri a nome dell’intera umanità. Esiste da tempo un protocollo elaborato dall’Istituto SETI, Search for Extra-Terrestrial Intelligence, che prevede l’intervento delle Nazioni Unite nell’eventualità di un contatto con alieni ma adesso, in seguito alla scoperta di centinaia di pianeti intorno ad altre stelle, si è deciso di formalizzare la procedura e designare la persona responsabile della comunicazione. Mazlan Othman, 58 anni, nella prossima settimana sarà confermata nella titolarità dell’United Nations Office for Outer Space Affairs, cioè in pratica il ministero degli affari spaziali. Nell’ambito di questo incarico è anche previsto l’improbabile compito di gestire il dialogo con interlocutori alieni. Fonte della notizia è l’agenzia australiana NewCore.
Il professor Richard Crowther, esperto in Diritto nello spazio presso l'agenzia spaziale che guida le delegazioni della Gran Bretagna alle Nazioni Unite, ha commentato l’annuncio dicendo che l’astrofisica malese è al momento “la persona più adatta a ricoprire questo delicato incarico”. Il piano per organizzare l’Ufficio di coordinamento destinato ad affrontare l’eventuale contatto con esseri alieni sarà discusso dai comitati scientifici consultivi delle Nazioni Unite. Il punto più controverso – dice Crowther – sarà presumibilmente quello che riguarda le parole da usare per accogliere i visitatori alieni.

Cala il campo magnetico del Sole: addio macchie?

20/9/10 Da alcuni mesi il Sole manifesta una normale attività sia di macchie sia di protuberanze (foto) in linea con la fase iniziale del nuovo ciclo iniziato in modo chiaro solo all’inizio del 2010. C’è tuttavia un motivo per dubitare che qualcosa di anomalo stia avvenendo nella nostra stella perché l’intensità del suo campo magnetico dal 1990 continua a diminuire e di questo passo potrebbe scomparire del tutto entro 15 anni, cioè nel 2026, disinnescando l’attività ciclica undecennale delle macchie. Lo denuncia un gruppo di ricercatori del National Solar Observatory di Tucson, Arizona. Ci ritroveremmo così di fronte a un nuovo “minimo di Maunder”, come avvenne tra il 1650 e il 1750. Quello da poco avviato è il ventiquattresimo ciclo solare da quando si compiono osservazioni regolari. L’ultimo minimo, in corrispondenza della fase finale del ciclo 23, si sarebbe dovuto chiudere l’anno scorso. Normalmente i periodi di inattività della nostra stella durano 16 mesi. Questa volta e durato più di due anni, il tempo più lungo nell’ultimo secolo. Il dato sarebbe in linea con le osservazioni di Matthew Penn e William Livingston, che da circa 20 anni monitorano l’attività solare utilizzando la tecnica dell’effetto Zeeman, dal nome del fisico olandese che l’ha scoperta, e perciò premiato con il Nobel. Il metodo consiste nella misurazione delle linee spettrali emesse dagli atomi di ferro nell’atmosfera solare. Più le linee spettrali sono distanziate, tanto maggiore è l’attività del campo magnetico esterno che crea l’effetto. Dopo aver analizzato 1500 macchie solari, i due scienziati hanno concluso che in media il campo magnetico mostra una tendenza a diminuire.

Due asteroidi precipitati su Giove in agosto

14/9/10 Due piccoli asteroidi sono precipitati su Giove il 3 e il 20 agosto. Un fenomeno simile avvenne il 21 luglio 2009, e tutti ricorderanno i venti e più frammenti della cometa Shoemaker-Levy-9 che bombardarono il grande pianeta gassoso tra il 16 e il 22 luglio del 1994. E’ dunque sperimentalmente confermata l’ipotesi che Giove funzioni come un “parafulmine” in grado di proteggere il Sistema Solare interno da collisioni cosmiche che potrebbero anche rivelarsi catastrofiche. Nel caso dei due recenti impatti su Giove non si è però trattato di fenomeni particolarmente pericolosi. L’oggetto precipitato il 3 giugno ha liberato una energia da 5 a 10 volte inferiore a quella dell’evento di Tunguska che sconvolse il nord della Siberia nel 1908. Si stima che l’impatto del 21 luglio 2009 fu prodotto da un oggetto centomila volte più massiccio dei corpi che hanno bombardato Giove nel mese scorso. I due impatti tuttavia non sono sfuggiti perché in questo periodo Giove, vicino all’opposizione, è oggetto di una campagna di osservazione da parte degli astrofili di tutto il mondo. L’impatto del 3 agosto è stato segnalato da un osservatore americano, quello del 20 da un giapponese. Si è trattato di piccoli flash di 1,5 secondi. Potenti telescopi hanno poi osservato la traccia lasciata nell’atmosfera di Giove (foto). Si ritiene che il pianeta gigante attiri a sé un oggetto di 10 metri due volte al mese, mentre per la Terra ciò avviene in media ogni 10 anni.
Filmato, foto e altre notizie:
http://www.nasa.gov/topics/solarsystem/features/jupiter20100909.html

Osservato il “buco nero” più luminoso in raggi X

14/9/10 E’ il buco nero più luminoso in raggi X che si conosca. La sua massa non è niente di speciale: 500 masse solari. Ma il fiotto di radiazione X che ne esce è cento volte più intenso di quanto si osserva nella media dei buchi neri e dieci volte maggiore della sorgente X che si colloca al secondo posto nella graduatoria di luminosità. L’oggetto, capostipite di una nuova classe di super-sorgenti, è indicato come Hyper-Luminous X-Ray Source (HLX-1) e si trova in una galassia posta a 290 milioni di anni luce da noi. La sua controparte ottica è stata individuata per mezzo del VLT, Very Large Telescope, dell’Osservatorio australe europeo (Eso) e l’annuncio appare sulla rivista “Astrophysical Journal”.
Portavoce del gruppo di ricerca è Klaas Wiersema dell’Università di Leicester. “Con nostra grande gioia – ha dichiarato Wiersema – le misurazioni hanno mostrato esattamente quello che speravamo: era stata rilevata la caratteristica luce degli atomi di idrogeno che ci ha permesso di misurare con precisione la distanza da questo oggetto. Questo dato ci ha fornito una prova decisiva che il buco nero si trova effettivamente dentro la grande galassia luminosa e che HLX-1 è la più luminosa fonte di raggi X ultra luminosa conosciuta”. Nel modello più classico dei buchi neri (disegno) l'emissione in raggi X si deve al vortice di materia caldissima che sta per essere inghiottita nella singolarità gravitazionale.

“Herschel”: c’è acqua intorno a una stella gigante rossa

6/9/10 Un articolo pubblicato il 2 settembre su “Nature” dà notizia che il satellite europeo “Herschel” progettato per l’osservazione del cielo nella radiazione infrarossa ha scoperto la presenza di acqua in un posto dove mai gli scienziati avevano pensato di poterla trovare: nell’atmosfera di una stella molto vecchia, una gigante rossa ricca di carbonio, elemento che si trova appunto nelle stelle di età avanzata che hanno già sviluppato pressioni e temperature tali da consentire la fusione nucleare di questo elemento, prodotto dall’unione di tre nuclei di elio. La stella studiata con gli strumenti di “Herschel” è CW Leonis, la gigante rossa a noi più vicina e la più luminosa nell’infrarosso (nella foto, ottenuta con "Herschel"). Raggiunta la fusione dell’elio in carbonio, CW Leonis si è espansa e ha già espulso gli strati esterni, ricchi appunto di questo elemento. Nello spettro di questo guscio gassoso molto rarefatto con grande sorpresa i ricercatori hanno individuato la “firma” della molecola dell’acqua, pur essendo l’ambiente a una temperatura molto bassa, di appena 61 Kelvin. Una spiegazione proposta è che gli strati esterni di CW Leonis, espandendosi, abbiano vaporizzato un gran numero di piccoli corpi ghiacciati, asteroidi o nuclei di comete, che orbitavano intorno alla stella. Un’altra spiegazione possibile è che radiazione ultravioletta proveniente dallo spazio causi reazioni chimiche nell’inviluppo stellare che portano alla formazione di acqua.

Una copia (quasi) perfetta del Sistema Solare

28/8/10 Una copia (quasi) perfetta del Sistema Solare Una copia quasi perfetta del Sistema Solare, con la sola differenza che i pianeti sono sette e non otto. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio australe europeo (Eso) utilizzando lo strumento Harps (nella foto) applicato al supertelescopio VLT. E’ un primato. Finora il sistema planetario extrasolare più affollato poteva vantare cinque pianeti, mentre il satellite “Kepler” della Nasa recentemente è riuscito a trovarne in un colpo solo uno con tre pianeti, due dei quali hanno una massa simile a quella di Saturno e il terzo è forse poco più massiccio della Terra (l’annuncio è comparso su “Science”, il team è guidato da Matthew Holman dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics) . Con il susseguirsi di questi annunci sta diventando difficile tenere il conto degli esopianeti conosciuti: ormai il loro numero è superiore a settecento. Lo strumento Harps cerca i pianeti extrasolari con il metodo delle velocità radiali, cioè rilevando le lievi accelerazioni impresse alla stella dai pianeti che le orbitano intorno (Harps è l’acronimo di High Accuracy Radial velocity Planet Searcher).

La Luna si è ristretta di 100 metri nell'ultimo miliardo di anni

23/8/10 Nell’ultimo miliardo di anni la Luna si è rimpicciolita di circa 100 metri in seguito al processo di raffreddamento dei suoi strati più profondi. Ne dà notizia un articolo comparso sull’ultimo numero della rivista americana “Science” nel quale un gruppo di ricercatori guidato da Thomas Watters (Smithsonian Institution) ha preso in esame le straordinarie immagini in alta definizione riprese dalla navicella della Nasa “Lunar Reconnaissance Orbiter” (LRO, nel disegno), la stessa che ha già fotografato tutti i siti dove sono scesi gli astronauti delle missioni Apollo. Le immagini inviate da LRO mostrano 14 deformazioni della superficie lunare che appaiono come corrugamenti, chiaro segno di un raggrinzimento dovuto a una lenta contrazione del satellite. La distribuzione dei corrugamenti su grandi estensioni della superficie lunare prova che si è trattato di un processo globale, forse ancora in corso; una sorta di embrionale “tettonica a zolle” analoga a quella che modifica la crosta terrestre ma di gran lunga più debole e limitata.

"Science":la Luna nel suo interno è totalmente priva di acqua

9/8/10 Solo una piccola parte delle rocce lunari (foto) raccolte dagli astronauti delle missioni “Apollo” è stata analizzata. Non c’è da stupirsi, quindi, se ogni tanto escono tuttora studi eseguiti su quei campioni. L’ultimo è appena stato pubblicato sulla rivista americana “Science” e afferma che la Luna è in sé quasi del tutto priva di acqua, in apparente contraddizione con le osservazioni che hanno invece indicato la presenza di ghiaccio in crateri vicini ai poli lunari dove non arrivano mai i raggi del Sole. Lo studio, guidato da Zachary Sharp dell’Università del New Mexico ad Albuquerque, ha misurato la quantità di isotopi del cloro, un indicatore sensibile ai livelli di idrogeno e acqua esistenti nelle rocce, trovando che la loro varietà è 25 volte quella misurata nelle rocce terrestri e nelle meteoriti. Un tale frazionamento del cloro in tanti isotopi può verificarsi soltanto in assenza o quasi di acqua, e in particolare di idrogeno. Questo risultato in realtà non è in contraddizione con la scoperta di piccole quantità di ghiaccio ai poli lunari perché questo sarebbe stato portato dall’impatto di comete. Piuttosto, conferma l’idea che la Luna sia nata dalla collisione con la Terra di un grosso planetoide: il materiale poi riaggregatosi per formare la Luna avrebbe infatti perso tutto il suo contenuto di acqua per la vaporizzazione prodotta dall’urto

Scoperti 150 pianeti simili alla Terra

5/08/10 Almeno 150 pianeti simili alla Terra sono stati individuati nei 1160 sistemi planetari che la navicella della Nasa “Kepler” ha osservato a un anno e mezzo dal lancio. E’ il sorprendente risultato anticipato a Oxford durante la “Ted Global Conference dall’astronomo bulgaro Dimitar Sasselov. Provando a estrapolare questo dato, viene fuori che statisticamente potrebbero esistere 100 milioni di pianeti abitabili solo nella nostra galassia, la Via Lattea, che, come sappiamo, è costituita da circa 300 miliardi di stelle, metà delle quali non molto diverse dal nostro Sole. Se si pensa che ancora 15 anni fa non si conosceva nessun pianeta extrasolare, le cifre ora rese pubbliche corrispondono a una rivoluzione di grande portata non solo scientifica ma anche filosofica. Fino all’annuncio dato a Oxford le tecniche di osservazione (effetto Doppler da “elastico gravitazionale”, transito e microlente gravitazionale) avevano permesso di scoprire quasi 500 pianeti extrasolari ma quasi tutti sono molto massicci e gassosi e nessuno si trova in condizioni di abitabilità. La sensibilità delle tre tecniche citate non è infatti tale da scoprire pianeti piccoli come la Terra e alla distanza “giusta” dalla loro stella.”Kepler” ha completamente cambiato la prospettiva. Ciò non significa che l’universo pulluli di esseri alieni, ma è la condizione perché la cosa sia possibile.

Londra: sfiorato da un meteorite allo stadio durante una gara

3/8/10 Una piccola pioggia di meteoriti è caduta sullo stadio di Uxbridge, vicino a Londra, sabato 24 luglio durante una partita di cricket tra la squadra del Sussex e la formazione del Middlesex. Due spettatori, in un intervallo della gara, stavano bevendo tranquillamente una birra quando il campo di gioco è stato sorvolato da una meteora. Un paio di frammenti ferrosi dal peso di qualche decina di grammi sono precipitati a pochi metri dai due amici appassionati di sport, Jan Marszel, 51 anni, e Richard Haynes, 52. Di rimbalzo, Marszel è stato colpito al petto, senza danni. Poco è mancato che passasse alla storia come il primo uomo ucciso da un sasso spaziale (nella foto, uno dei due frammenti). La probabilità di essere centrati da una meteorite è di circa una su un miliardo, pur essendo da 10 a 100 mila all’anno le meteoriti grandi come una pallina da tennis che la Terra attrae a sé dallo spazio. Rarissimo è in ogni caso anche assistere in diretta alla caduta, anche perché il 75 per cento del nostro pianeta è coperto dagli oceani.

La Terra è più vecchia di 70 milioni di anni

19/07/10 E’ un po’ come se una persona che all’anagrafe risulta di 65 anni scoprisse che è più vecchia di un anno: da 65 a 66 non fa una gran differenza, ma è pur sempre un anno in più. Possiamo dire la stessa cosa, fatte le debite proporzioni, della nostra Terra: uno studio apparso sulla rivista “Nature Geoscience” sostiene che il nostro pianeta si formò in appena 30 milioni di anni e non in 100 come finora si riteneva. L’età sale quindi da 4,467 miliardi di anni a 4,537, mentre la nascita del Sistema Solare risale a 4,567 miliardi di anni fa. Il risultato porta la firma di John Rudge dell’Università di Cambridge e si fonda sul confronto quantitativo tra isotopi di elementi chimici terrestri e gli stessi isotopi trovati nelle meteoriti, tenendo conto del loro tempo di decadimento. La conclusione finale è che i due terzi del materiale che forma il nostro pianeta si aggregarono in un tempo molto breve; a questa fase convulsa seguì un accrescimento molto più lento.

Scoperta: Mercurio è vivo (geologicamente)

16/07/10 I sospetti c’erano, ma ora ne abbiamo quasi la certezza: Mercurio è stato un pianeta geologicamente attivo e forse mantiene tuttora una attività endogena. Lo documenta un articolo apparso sull’ultimo numero di “Science” (16 luglio) con la firma di Louise Procter della Nasa. Al lavoro hanno contribuito anche Gabriele Cremonese dell’Osservatorio astronomico di Padova (Inaf) e alcuni ricercatori dell’Università di Padova.
“Abbiamo osservato un bacino di origine vulcanica caratterizzato da una superficie eccezionalmente liscia, dove un tempo scorreva lava”, spiega Cremonese. “Questa depressione di 230 chilometri di diametro (foto), chiamata Bacino Rachmanicoff dal nome del musicista e compositore, è caratterizzata da un anello circondato da depositi minerali brillanti che potrebbero costituire la più interessante evidenza vulcanica di Mercurio identificata finora”. Grazie a un originale modello di datazione sviluppato all’Osservatorio di Padova, è stato possibile stabilire che rispetto al resto della superficie di Mercurio il bacino è più giovane di un miliardo di anni. “Il nostro nuovo metodo combina il conteggio dei crateri sulla superficie con il flusso di meteoriti provenienti dalla fascia principale degli asteroidi per giungere una stima dell'età del pianeta sulla base delle tracce di impatti che si osservano sulla sua superficie. Secondo i nostri calcoli – conclude Cremonese - il bacino Rachmaninoff potrebbe essersi formato negli ultimi 3-400 milioni di anni

Fu una supernova a innescare la nascita del Sistema Solare

12/07/10 Il Sole, i pianeti e quindi noi stessi dobbiamo l'esistenza all'esplosione di una supernova avvenuta 4,5 miliardi di anni fa. Fu l'onda d'urto partita dall'astro esploso (desegno) ad avviare il processo di formazione del Sistema Solare, secondo il modello descritto su "Astrophysical Journal Letters" da Sandra Keiser della Carnegie Institution di Washington. La supernova, che si sarebbe trovata alla distanza di alcuni anni luce, avrebbe scatenato il collasso della nube molecolare dentro cui il Sole stava formandosi. Gli astronomi hanno cercato la prova di questo evento nei radioisotopi a vita breve, decaduti da tempo in elementi più stabili, di cui sono state trovate tracce in meteoriti primitive. Resta da verificare se questi isotopi possano essere arrivati trasportati da un'onda d'urto abbastanza violenta da far collassare la nube proto-stellare e iniettarvi nuova materia. Non sembra plausibile, invece, che a portare materiale esterno sia stata una stella appartenente al ramo asintotico delle giganti (Asymptotic Giant Branch, AGB). Questa eventualità è poco probabile perché la maggior parte degli AGB non produce abbastanza ferro 60, uno dei radioisotopi a vita breve presenti nel sistema solare primordiale. Da tempo si sapeva che l'esplosione di una supernova innesca la formazione di nuove stelle. Lo prova il fatto che in alcune nubi di gas e polveri interstellari si osservano molte giovani giganti azzurre allineate lungo l'onda d'urto di una vicina stella esplosa. Per una stella che muore, altre decine nascono grazie alle instabilità gravitazionali prodotte nella nube interstellare dall'espansione della materia espulsa dalla supernova.

Furono asteroidi con la coda a innaffiare la Terra?

7/7/10 L'asteroide con la coda, strano e rarissimo ibrido tra un pianetino e una cometa scoperto il 7 gennaio scorso con il telescopio automatico della Nasa Linear (foto), si rivela sempre più interessante e rischia di modificare profondamente le attuali convinzioni degli astronomi sulla natura di questi corpi minoiri e sul ruolo che essi hanno avuto nell'evoluzione della Terra, in particolare nel contribuire alla scorta di acqua del nostro pianeta. Sull'"Astrophysical Journal Letters" è in via di pubblicazione un articolo di Gian Paolo Tozzi (Osservatorio di Arcetri). L'asteroide in questione, indicato come P 2010 A2, si trova nella Fascia principale, costituita come è noto solo da oggetti rocciosi, ma ha sviluppato una chioma e una coda di polveri lunga centomila chilometri che fanno pensare a una cometa. Si è ormai scartata l'ipotesi che il fenomeno sia conseguenza di una collisione con un altro pianetino perché le polveri vengono rilasciate con gradualità. L'idea che si fa strada è che esista dunque un ristretto numero di asteroidi fatti di acqua e ghiaccio. Se così fosse, questi oggetti potrebbero aver portato sulla Terra una notevole quantità di acqua nel periodo di formazione dei pianeti. Le proporzioni osservate nelle comete tra l'idrogeno e il suo isotopo deuterio hanno invece fatto tramontare l'ipotesi che questo ruolo sia stato svolto in modo massiccio dalle comete.

Da "Planck" la migliore immagine dell'universo bambino

6/7/10 La prima mappa a tutto cielo ottenuta con il satellite europeo "Planck" è stata presentata a Torino il 5 giugno da Reno Maldolesi (Inaf di Bologna) in occasione dell'Euro Science Open Forum (Esof 2010) ed è una straordinaria miniera di dati per i cosmologi e gli astrofisici. Nell'immagine, frutto dei primi 12 mesi di attività del satellite, si sovrappongono la radiazione cosmica di fondo che risale a 380 mila anni dopo il Big Bang e la radiazione che proviene dalla Via Lattea, in particolare dalla polvere e dal gas interstellare. Le due immagini, risultato dei dati raccolti nei nove canali di cui dispone il satellite sulle frequenze da 30 a 857 GHz, potranno essere separate elaborando i segnali con un apposito algoritmo. La mappa della radiazione fossile risulterà almeno 10 volte più nitida di quella tracciata con il satellite americano Wilkinson-Map e centinaia di volte migliore di quella fornita dal satellite Cobe (Cosmic Background Explorer) all'inizio degli Anni 90. Si spera così di rilevare la traccia dell'inflazione, l'espansione ultrarapida dell'universo avvenuta un miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang (forse prodotta da una particella ipotetica chiamata Inflaton, collegata al bosone di Higgs che si sta cercando al Cern di Ginevra con il collisore Lhc) e vedere, nella polarizzazione e nelle piccole irregolarità della radiazione di fondo, i "semi" dai quali sarebbero poi nate le galassie. Planck sarà operativo fino al 2012. Dopo questa prima survey ne compirà altre due.
http://www.media.inaf.it/press/planck-first-map

Prima foto diretta di un esopianeta

5/7/10 Prima foto certificata di un pianeta extrasolare. E' l'annuncio che comparirà sul numero in uscita di "Astrophysical Journal". Impresa riuscita grazie alla potenza di tre telescopi dell'ultima generazione, il "Gemini" alle isole Hawaii e "Gemini South" e "Vlt" sulle Ande del Cile. Orbita intorno a una stella che si trova a 500 anni luce da noi e viene indicato con la sigla 1RXS 1609. Questo oggetto (foto) era noto da due anni ma non si aveva ancora la certezza che fosse in orbita intorno alla stella. Si tratta in ogni caso di un pianeta molto singolare. E' stato possibile rilevare fotograficamente 1 RSX 1609 grazie al fatto che è molto lontano dalla sua stella - 500 Unità Astronomiche, cioè 500 volte la distanza tra Terra e Sole e 100 volte la distanza tra il Sole e Giove - e grazie alla sua alta temperatura ( 1500 °C) che comporta una forte emissione nell'infrarosso.1 RXS 1609 è un gigante di natura gassosa che probabilmente sta ancora contraendosi, essendosi formato solo 5 milioni di anni fa nella sua nebulosa protostellare. Una ulteriore conferma che il concetto di pianeta è molto ampio e che l'universo ha molta più fantasia degli astronomi.

Science": Marte, ecco le prove dell'acqua primordiale

Nel numero in edicola il 25 giugno la rivista americana "Science" ha confermato con nuovi dati la presenza dell'acqua di Marte (foto) con un articolo che porta come prima firma quella di John Carter dell'Università di Parigi. I dati utilizzati vengono dalle sonde "Mars Express" dell'Esa e "Mars Reconnaissance Orbiter" della Nasa. La navicella europea (alla quale l'Inaf ha fornito gli strumenti Pfs e Vnir) con il sensore Omega aveva già scoperto nell'emisfero australe di Marte migliaia di piccoli affioramenti di rocce dove i minerali risultano modificati dall'azione dell'acqua. La navicella americana ha concentrato le sue osservazioni sui detriti portati in superficie dalle profondità del sottosuolo in 91 crateri scavati dall'impatto di asteroidi: in nove di questi crateri sono stati scoperti minerali idrati, cioè anch'essi tali da essere stati a contatto con acqua nelle prime fasi geologiche del pianeta, risalenti a quattro miliardi di anni fa.

Esotica forma di vita su Titano ?

8/6/10 Che cosa consuma l'idrogeno e l'acetilene sulla superficie di Titano? Forse qualche esotica forma di vita, con una biologia che se ne alimenta. E' l'ipotesi avanzata da Chris McKay, astrobiologo dell'Ames Research Center della Nasa in California. Tutto nasce dai dati inviati dalla sonda Cassini-Huygens, infatti su Titano,satellite di Saturno, piove in continuazione una "pioggia" di idrogeno e di acetilene ma di cui non c'è traccia sulla sua superficie come se qualcosa (o qualcuno?) si mangiasse la pioggia. I ricercatori più prudenti fanno notare che sono possibili molti normali processi chimici e che prima di ipotizzare organismi viventi esotici bisogna prima essere ben sicuri che nessuno di questi processi agisce su Titano.

Il Sole si è bevuto i mari di Venere

Se fossero distribuiti uniformemente su tutta la Terra, gli oceani coprirebbero il nostro pianeta con uno strato di acqua spesso tre chilometri. Venere ha all'incirca le stesse dimensioni e la stessa composizione della Terra ma attualmente tutta la sua acqua formerebbe una pellicola spesso soltanto tre centimetri. I ricercatori della navicella europea "Venus Express" hanno scoperto il meccanismo che probabilmente ha fatto perdere a Venere la sua scorta di acqua, avviandola verso un destino opposto a quello della Terra, suo pianeta gemello. L'annuncio dello staff dell'Esa è datato 24 giugno. Si tratta di un fenomeno in realtà molto semplice: la radiazione ultravioletta del Sole, agendo sul vapore acqueo contenuto in grande quantità nell'atmosfera venusiana, ne ha spezzato le molecole, separando i due atomi di idrogeno dall'atomo di ossigeno. Gli atomi di idrogeno dell'alta atmosfera di Venere, nei loro rimbalzi elastici, hanno un'alta probabilità di superare la velocità di fuga del pianeta (10 km al secondo) e quindi si sono dispersi nello spazio interplanetario. Più difficile, invece, l'evasione dell'ossigeno, e anche quella dell'isotopo pesante dell'idrogeno, il deuterio. E' dunque possibile che in un lontano passato Venere abbia avuto mari e temporali con fulmini (disegno) e che il suo ambiente non sia stato del tutto ostile per lo sviluppo della vita.

Pianeta di Beta Pictoris: ora possiamo vederne il "film"

Di Beta Pictoris b, uno dei primi pianeti extrasolari scoperti, ora è stato documentato il moto intorno alla sua stella anche con un filmato utilizzanto il VLT, Very Large Telescope, dell'Osservatorio australe europeo. Ne dà l'annuncio la rivista "Science" con un articolo di Joseph Fourier (Università di Grenoble, Francia). Beta Pictoris è una stella giovanissima, ha solo 12 milioni di anni, ed è circondata da un anello di polveri, come scoprì già negli Anni 80 il satellite per l'infrarosso Iras (foto). Si trova a 60 anni luce da noi e ha una massa quasi doppia rispetto al Sole (esattamente 1,75 masse solari). Il pianeta in questione è molto più grane e massiccio di Giove e orbita a una distanza da Beta Pictoris pari a 8-15 Unità Astronomiche. Con una sequenza di immagini riprese nel 2003, 2008 e 2009 gli astronomi sono riusciti a costruire un filmato che ne mostra lo spostamento lungo la sua orbita.

Lifting di Giove: in un mese ha perso la banda equatoriale sud

14/5/10 Giove ha cambiato faccia. La gigantesca fascia di nuvole del suo emisfero meridionale è scomparsa (foto). E' successo in poco tempo, meno di un mese, mentre il pianeta più grande del sistema solare (potrebbe contenere 1300 Terre) era inosservabile perché stava transitando dietro il Sole. Quando all'inizio di aprile Giove è ricomparso nel chiarore dell'alba, poco prima del sorgere del Sole, era diventato quasi irriconoscibile. E' stato l'astronomo dilettante Bob King il primo ad accorgersi che Giove aveva perso il maggior sistema nuvoloso meridionale. Oggi, grazie ai sensori Ccd, anche con un piccolo telescopio è possibile ottenere ottime immagini, un tempo riservate ai grandi telescopi o addirittura alle sonde spaziali. Bob King, il cui soprannome non ha caso è Astro_Bob, ha subito fotografato la nuova situazione mettendo a confronto una immagine di Giove del 2009 con quella attuale: il mutamento è così vistoso che non era difficile notarlo.
Già in passato i sistemi nuvolosi di Giove avevano subito forti cambiamenti. Mai però si era visto un lifting così rapido e radicale. La famosa "Macchia Rossa", un ciclone semipermanente che dura da secoli nell'emisfero sud del pianeta, ora risulta isolata in mezzo a una vasta e anomala zona chiara, mentre fino a qualche mese fa confinava con il sistema di nuvole scure che sembra essersi dissolto. C'era un'altra piccola macchia rossa formatasi qualche anno fa in quella fascia, e anch'essa si è molto attenuata. Questo fatto fornisce un indizio utile: l'ipotesi degli astronomi è che la fascia di nuvole scure in realtà non si sia dissolta ma sia stata coperta da uno strato superiore di nuvole chiare, e queste nuvole hanno anche attenuato la colorazione della piccola macchia rossa.

Scoperte in Antartide micrometeoriti fatte di materia interstellare

11/5/10 Due minuscoli fossili di ciò che c'era prima che il Sistema solare si formasse, due granuli dal diametro di pochi centesimi di millimetro raccontano la storia più antica delle nostre origini, forniscono un documento sulla materia che esisteva prima ancora delle comete, considerate i tipici corpi celesti primordiali del disco protoplanetario. Un articolo su "Science" racconta la storia delle micrometeoriti denominate Particella 19 e Particella 119 trovate in Antartide estraendo una lunga carota di ghiaccio, facendola fondere e poi passando al setaccio le sue impurità. A guidare la ricerca, realizzata presso la base antartica italo-francese "Concordia" (foto), è stato Jean Duprat del Cnrs di Orsay. Si è potuto stabilire con certezza l'origine interstellare dei granuli grazie al confronto con la polvere di cometa raccolta dalla missione della Nasa "Stardust". La polvere cometaria ha dimensioni maggiori e soprattutto contiene meno carbonio e meno deuterio, due caratteristiche specifiche delle nubi molecolari che precedono la formazione delle stelle. Tuttavia materiali cristallini trovati nelle micrometeoriti antartiche forniscono indizi contraddittori in quanto sembrano essersi formati vicino al Sole e in tempi più recenti di quanto si dovrebbe supporre. Nonostante questo passo avanti, al mosaico delle origini mancano ancora molti tasselli.
Altre informazioni:
http://www.media.inaf.it/2010/05/06/il-meteorite-venuto-dai-ghiacci/

Pianeti "contromano": da rifare la teoria sull'origine dei sistemi planetari

13/4/10 Nove nuovi pianeti di altre stelle sono stati scoperti con la tecnica del transito. L'annuncio viene dal congresso nazionale degli astronomi del Regno Unito che si apre oggi a Glasgow. Ma la vera notizia è un'altra. L'osservazione dei transiti ha permesso di scoprire che in molti casi i pianeti orbitano "contromano", cioè in senso opposto a quello secondo cui ruota la loro stella. Bisognerà quindi rivedere radicalmente la teoria sull'origine dei sistemi planetari. La nascita dei pianeti in seno a una nebulosa che collassa formando una nuova stella dovrebbe infatti portare a pianeti che orbitano nello stesso senso di rotazione della nebulosa, moto che viene trasferito alla nuova stella. Invece su un campione di 27 pianeti dalle dimensioni paragonabili a quelle di Giove, sei risultano controrotanti, e due di questi appartengono al gruppo degli ultimi 9 appena scoperti. Sei su 27 sono un po' troppi per cavarsela interpretandoli come semplici eccezioni alla regola.
Dopo la scoperta dei nove nuovi esopianeti, gli astronomi hanno usato lo spettrografo Harps del telescopio di 3,6 metri a La Silla in Cile (Osservatorio australe europeo) insieme con i dati del telescopio Svizzero Euler, sempre a la Silla, e dati provenienti da altri telescopi per confermare le scoperte e le caratteristiche degli esopianeti "vecchi" e "nuovi". La sorpresa è venuta quando si è scoperto che più della metà di tutti i pianeti tipo Giove presi in esame ha orbite che non si trovano sul piano equatoriale della loro stella (come avviene per i pianeti del sistema solare) e sei di essi orbitano "contromano".
Ad oggi, i pianeti di altre stelle noti sono 452. I primi ritrovamenti risalgono alla metà degli Anni 90 del secolo scorso e si devono a Didier Queloz dell'Osservatorio di Ginevra. Il suo metodo si fonda sulle piccole accelerazioni impresse alle stelle dai loro pianeti. Il metodo dei transiti consiste invece nella misura del lievissimo oscuramento che il pianeta causa passando davanti alla sua stella.

C'è la prova di vulcani attivi su Venere in epoca recente.

Scoperti su Venere segni certi di attività vulcanica recente. La navicella europea "Venus Express", con il suo strumento (italiano) Virtis (Visible and InfraRed Thermal Inaging Spectrometer), chiude così una controversia annosa. Sospettata da sempre per analogia con il pianeta gemello, la nostra Terra, l'attività vulcanica di Venere è stata più volte annunciata e smentita. Ora un articolo pubblicato l'8 aprile sul sito web "Science Express" documenta l'evidenza di colate laviche almeno fino a 2,5 milioni di anni fa, ma gli scienziati sono dell'opinione che i fenomeni siano continuati anche dopo, e forse sono in corso anche nell'epoca attuale.
Le regioni di Venere attive sono tre delle nove già individuate come probabili "zone calde" dalla navicella americana "Magellan". Virtis (nella foto) è stato realizzato da ricercatori dell'Inaf (Istituto nazionale di astrofisica) e dalla Selec Galileo. "La storia geologica di Venere è stata a lungo un enigma", dice Sue Smrekar, del NASA-JPL di Pasadena, California, primo autore dell'articolo. "Le precedenti sonde automatiche avevano solo fornito indizi sull'attività vulcanica venusiana, ma non avevano indicato con precisione un'epoca in cui queste erano avvenute. Ora abbiamo prove concrete che in tempi recenti si sono susseguite eruzioni sulla superficie del pianeta".

Adesso è sicuro: l'espansione dell'universo accelera

E' arrivata una conferma che va al di là di ogni dubbio: l'espansione dell'universo accelera, come era emerso per la prima volta nel 1998 analizzando la luce di supernove del tipo 1°, caratterizzate da una luminosità standard, ciò che permette di usarle come "pietre miliari" del cosmo. Questa volta l'accelerazione dell'universo è dimostrata in modo indipendente grazie all'osservazione accurata di 446 mila galassie, nel suo genere la più ampia analisi che sia stata condotta con il telescopio spaziale "Hubble". In mille ore di osservazione sono state fotografati 575 campi celesti leggermente sovrapposti per rilevare lo spostamento verso il rosso (redshift) delle galassie. I dati di "Hubble" sono stati integrati con quelli analoghi di 194 mila galassie studiate con telescopi al suolo. Il gruppo europeo di astronomi che ha fatto il lavoro (sotto la guida di Tim Schrabback dell'Osservatorio di Leyda), ha anche documentato per la prima volta l'effetto di "lente gravitazionale debole" nella distorsione dello spazio-tempo (nella foto di "Hubble" la codifica a colori indica la distanza delle concentrazioni di massa in primo piano). L'accelerazione, crescente con la distanza, rinvia all'esistenza di una causa misteriosa interpretata come "energia oscura". La stessa ricerca conferma ulteriormente la relatività generale di Einstein là dove essa predice che l'effetto di lente gravitazionale è correlato con il redshift.
Per altre informazioni:
http://sci.esa.int/science-e/www/object/index.cfm?fobjectid=46302

Inizia lo studio del primo eso-pianeta abbastanza simile alla Terra

17/3/10 Il pianeta Corot-9b ha una massa inferiore a quella di Giove e dista dalla sua stella quanto Mercurio: non è ancora esattamente il gemello della Terra che gli astronomi stanno ansiosamente cercando ma già gli somiglia abbastanza. In ogni caso, è il primo pianeta di un'altra stella che si possa studiare abbastanza bene con gli attuali strumenti e che si trovi in un ambiente circumstellare non del tutto proibitivo per la vita. A questa conclusione sono giunti gli astronomi di un gruppo che opera con il satellite francese CoRoT e con lo strumento Harps montato sul telescopio da 3,6 metri dell'Osservatorio Australe Europeo (Eso). L'annuncio compare sul numero di "Nature" che sta arrivando in edicola. Al lavoro hanno partecipato anche astronomi italiani (Università di Padova). Corot-9b orbita intorno a una stella nella costellazione del Serpente a 1500 anni luce da noi e ogni 95 giorni transita davanti ad essa in otto ore. Per tutto il tempo del transito gli astronomi hanno l'opportunità di studiarne l'atmosfera con metodi spettroscopici. La massa di Corot-9b è 20-30 volte quella terrestre e potrebbe contenere rocce e acqua. Dei 400 esopianeti noti, 70 sono stati scoperti con il metodo del transito, principio sul quale si basa il satellite CoRoT, progettato per lo studio delle corone stellari e per la ricerca di esopianeti. Conoscere meglio Corot-9b significa avere in mano l'identikit di un esopianeta tipico relativamente simile a quelli che conosciamo nel Sistema Solare. Ciò sarà molto utile via via che si troveranno esopianeti sempre più simili al nostro.

Le aurore di Saturno

Se un giorno i viaggi interplanetari saranno realtà, le aurore polari di Saturno diventeranno un’attrazione turistica: sono frequenti, luminose, colorate e diverse a seconda dell’emisfero nel quale compaiono. Il passaggio di Saturno per il suo equinozio nel 2009 e la visione di taglio degli anelli hanno reso visibili simultaneamente entrambi gli emisferi di questo gigantesco pianeta gassoso offrendo agli astronomi una opportunità che ritorna solo ogni 15 anni, in quanto il periodo orbitale di Saturno è quasi trentennale. Il telescopio spaziale “Hubble” ha così potuto “vedere” i due poli del pianeta illuminati contemporaneamente dal Sole (foto). Benché disti da Saturno un miliardo e mezzo di chilometri, anche laggiù il Sole fa ancora sentire con forza il suo “vento” di particelle subatomiche. Come succede per la Terra, il campo magnetico di Saturno intrappola le particelle cariche elettricamente del vento solare, e la loro interazione con l’atmosfera genera estese aurore polari. Ricercatori della Nasa e dell’Esa hanno così scoperto una interessante differenza tra le aurore del polo nord e del polo sud di Saturno: le prime coprono una zona più limitata ma localmente con una luminosità più intensa rispetto a quelle del polo sud. Se ne deduce che il campo magnetico di Saturno non è uniforme: a sud è più forte e vasto, ma a nord ha una zona ristretta di alta intensità dove le particelle solari vengono maggiormente accelerate

Saturno avvolto da una ciambella di polveri. L’ha scoperto “Spitzer”

Una colossale ciambella larga oltre 12 milioni di chilometri avvolge Saturno a una distanza dal pianeta di 6 milioni di chilometri (nella foto). Lo ha scoperto il telescopio della Nasa per la radiazione infrarossa “Spitzer”. Molto rarefatto, questo nuovo anello mai sospettato prima è costituito da polveri e piccoli detriti alla temperatura di 157 gradi centigradi sotto lo zero. La sua forma è però diversa da quella degli altri anelli, che sono molto sottili (se avessero il diametro di piazza San Pietro a Roma, in proporzione il loro spessore equivarrebbe a un foglio di carta). L’anello appena scoperto ha piuttosto la forma di un “toro”, cioè di una struttura che ricorda uno pneumatico di automobile.
Il nuovo anello inizia al di là dell’orbita del satellite Giapeto e include in sé il satellite Phoebe. Questo piccola luna di Saturno dal diametro di 200 chilometri ha un emisfero più scuro che disperde polveri nello spazio. Sono queste polveri a formare la struttura a “toro” che avvolge Saturno. Le stesse polveri rendono più scura la superficie del satellite Giapeto.

Il Sole si è risvegliato

Il 19/01/2010 con un potente brillamento il Sole si è risvegliato dopo un minimo solare talmente profondo che non avveniva da un secolo. L'uomo studia il ciclo undecennale delle macchie da solo 260 anni e non può avere la pretesa di pontificare sui cambiamenti climatici senza considerare le scarse conoscenze sulla nostra stella.
La storia vera della "mela di Newton" è riportata nel manoscritto del 1752 "Memoirs of Isaac Newton's life" nel quale un amico di Newton, William Stukley, descrive in una lettera questo momento "Dopo cena andammo in giardino a bere un tè sotto un melo, e allora lui mi disse che si era trovato nella stessa identica situazione quando gli era venuta in mente la teoria della gravità. Assistendo alla caduta di una mela dall'albero, si chiese: perché mai quella mela deve sempre cadere in perpendicolare?".

Obama ce l'ha con lo spazio

1/02/2010 Barack Obama ha annunciato la cancellazione del ritorno alla Luna, dei voli umani spaziali e del razzo Ares. Rimangono solo quattro voli Shuttle poi gli astronauti americani dovranno volare sulle Sojuz russe, in attesa di un lanciatore privato sotto supervisione Nasa. Ci sarà la perdita di almeno 7000 posti di lavoro. Obama ha seguito i consigli del suo consulente scientifico, il fisico Richard Muller che di certo ha un paraocchi molto grande! Che schifo !

11/01/2010 La NASA conferma il ritrovamento di batteri fossili marziani in meteoriti di Marte trovati in Egitto e Giappone. E su Marte si sviluppa metano. C'è vita lassù !!!

27/11/2009 La NASA conferma l'esistenza di batteri fossili di Marte rinvenuti in un meteorite marziano recuperato in Antartide.

Una colossale ciambella di polveri e detriti larga oltre 12 milioni di chilometri avvolge Saturno a una distanza dal pianeta di 6 milioni di chilometri. Lo ha scoperto il telescopio della Nasa per la radiazione infrarossa "Spitzer".



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